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luglio 27, 2015 at 3:15 pm

Jugonostalgia: malinconia di una dittatura diversa

Jugonostalgia: malinconia di una dittatura diversa

“Sei Stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito”

Durante il nostro viaggio nei Balcani abbiamo attraversato frontiere che solo 20 anni fa non esistevano ancora. Paesi che negli Anni ‘90 si massacravano tra loro al tramonto di un sogno comune; un sogno che non tutti ormai condividevano: la Jugoslavia.

Macedonia, Kosovo, Montenegro, Bosnia-Herzegovina, Croazia, Slovenia e, soprattutto, Serbia sono oggi Stati indipendenti, ma tra il 1945 e il 1992 formarono la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Alla testa dell’”impero” c’era Josip Broz, meglio conosciuto come il Maresciallo Tito.

Risalendo l’Europa da sudest, quello che più sorprende non sono le frontiere che oggi separano questi Paesi, ma il fatto che fino a relativamente poco fa queste divisioni fisiche create ad hoc non esistessero proprio. Nazioni che hanno progenitori in comune, ma che si impegnano a mettere in evidenza le loro differenze, un tempo convivevano sotto la stessa bandiera. A vederli oggi, è proprio questo che sorprende il viaggiatore. Nel potpourri di fedi e lingue che mandò in mille pezzi territori e vite umane nella guerra fratricida del 1991-1995 esiste però un sentimento di nostalgia verso la Jugoslavia e il suo dittatore: la jugonostalgia. Tito, un eroe fatto e finito per i suoi seguaci, è però considerato anche da molti di quelli che non lo venerano un dittatore diverso dagli altri, un comandante socialista che lavorava davvero per il suo popolo. Ci si rende conto del successo di Tito e della grandezza dell’unità che raggiunse se analizziamo le differenze principali tra le Repubbliche che costituivano la sua Jugoslavia.

La religione: questo è forse l’elemento che provocò le ferite più profonde durante la guerra. Per questo, la convivenza pacifica tra musulmani, cattolici e ortodossi che si raggiunse con Tito ha un valore ancora maggiore. Appena il maresciallo morì e i partiti nazionalisti presero il suo posto nel cuore della gente, le divergenze religiose ripresero a fare vittime.

L’economia: mentre il turismo frequentava le coste croate, le imprese producevano soprattutto in Slovenia. Quando il giocattolo jugoslavo iniziò a non funzionare più vennero a galla le disuguaglianze economiche a livello regionale. A croati e sloveni non andava giù la suddivisione della ricchezza portata avanti da Tito. Per esempio, il fatto che le imprese slovene producessero ricchezza e le casse serbe si riempissero grazie ad esse fu uno dei generatori di insoddisfazione che impulsò la Repubblica slovena all’indipendenza nel 1991. Allo stesso tempo, i croati presero la stessa strada.

La lingua: in quattro Paesi si parla serbo-croato (Serbia, Montenegro, Kosovo, Bosnia-Herzegovina e Croazia), in un altro la lingua ufficiale è lo sloveno e nell’ultimo si parla macedone. L’albanese resta una lingua molto comune nell’ex Jugoslavia. Durante gli anni della Jugoslavia le prime due erano lingue ufficiali, mentre che le altre due erano “solo” molto popolari tra la gente. Quattro lingue e, in aggiunta, due alfabeti diversi: le repubbliche jugoslave non usavano tutte nemmeno lo stesso sistema alfabetico. Nonostante l’alfabeto latino fosse (e sia ancora) maggioritario, non deve sorprendere se passeggiando per le strade di Skopje i cartelli siano in cirillico.

Moltissime differenze che per quasi 40 anni il Maresciallo Tito riuscì a cancellare, generando addirittura un sentimento comune di uguaglianza sociale: l’essere jugoslavo stava in cima a tutto. Questo fu il grandissimo risultato di Tito e, oggi giorno, a più di trent’anni dalla sua dipartita, il titoismo sta rivivendo una nuova primavera. Il dato più suggestivo è che la jugonostalgia non si respira sono tra quelli che vissero la Jugoslavia, ma è comune pure tra i più giovani. Per questo, non è strano trovare un Broz Kafe nel centro di Skopje, e le foto di Tito, molto presenti in altre città, perdono il loro valore di reliquia turistica per riprendere quello di più autentica venerazione popolare presente.

Detto questo, bisogna fare attenzione con i proclami nostalgici e prima di esaltare ciecamente una dittatura – per diversa e sociale che possa essere stata- è necessario andare a ricercare le vere radici della jugonostalgia nella situazione attuale dei Paesi balcanici. Una crisi economica permanente va ad aggiungersi alla totale sfiducia verso la classe politica corrotta e alla forte insicurezza generale che obbliga gran parte della popolazione a lottare quotidianamente per sopravvivere. Tutto questo potrebbe quindi suggerire che, più che sentire la mancanza del titoismo in se, quello che le nuove generazioni stanno facendo è idealizzare un passato che visto dal presente è difficile non considerare migliore.

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One thought on “Jugonostalgia: malinconia di una dittatura diversa

  1. giuseppe ha detto:

    Quando è scoppiata la guerra di Jugoslavia,
    ero un 20 enne,studente universitario e in attesa di chiamata
    dalla marina militare (italiana).
    Ho quindi seguito con particolare apprensione gli eventi.
    Ho continutato a seguirli anche dopo il servizio militare.
    Vedendo le lungeh carovane di profughi accampati in mezzo alla neve,
    con gente di ogni età,malata,affamata,ferita,mi sono domandato :
    come è possibile.

    Come è possibile che dei giovani come me,con tante apsettative,
    la ricerca del lavoro o seplicemente della ragazza da rimorchiare,
    si mettano a farsi la guerra per poi finire malati e mutilati
    in una barella in mezzo la neve,con un paracadutista francese
    che gli passa una pezza bagnata sulla fronte.

    Come è possibile che degli uomini maturi come mio padre,
    che hanno dedicato la loro vita alla famiglia ed lavoro,
    all’apprendimento di una professione fin dalla tenera età
    ed alla sviluppo delle capacità per ottenere una posizione sociale con le loro forze,
    si mettano poi a distruggere tutto ciò che hanno costruito.

    Ma se quasi posso capire i “vecchi” che la loro vita la hanno vissuta
    e magari hanno dei rancori verso ciò che hanno patito,
    non capisco i giovani,che la loro vita la stanno appena assaggiando :
    forse il fatto di assaggiare la fetta migliore della tua vita ti da un senso di
    onnipotenza,tale da farti dire “No,ora faccio la guerra,la vita la assaggio dopo”?

    Allucinante,anche perchè spesso non si osserva un tale impegno nelle cose positive:
    immaginiamo cosa potrebbe essere la Jugoslavia o l’Albania se tutto quell’impegno
    fosse stato dedicato a cose positive,allo studio,al lavoro,allo sport.
    Forse è la prima cosa che dovrebbero insegnare nelle loro scuole.

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